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Valeri: «A Cremona sto da Dio. Alvini è un martello»
Valeri: «A Cremona sto da Dio. Alvini è un martello»

Emanuele Valeri si è raccontato: «Contro la Lazio la partita più emozionante della mia vita, anche se rosico per il risultato»

É l’uomo del momento Emanuele Valeri, e il sito Cronache di Spogliatoio lo ha intervistato ripercorrendo tutta la sua vita: «Fino a 13 anni ho giocato nella Lazio. Ogni tanto facevo il raccattapalle all’Olimpico e andavo in curva, mi divertivo, stavo bene. Poi basta, dopo i Giovanissimi mi dicono che la storia finisce lì. Un’altra squadra da cercare, un campo diverso dal Gentili, un sogno che si sgretola. Lì mi allenavo sognando i campioni come Klose. Fu una bella botta, lo ammetto. Quando capitava di raccogliere i palloni sotto la Sud, a 8-9 anni, vedevo i giocatori a due passi da me e pensavo ‘chissà, magari ci giocherò anche io’. Era un sogno, sì, ma quando giri in Eccellenza o in Serie D devi essere realista. Pensare che forse più in alto non arrivi. E invece eccomi qui. Il bello è che ho debuttato proprio all’Olimpico, contro la Roma, davanti agli amici di una vita e alla mia famiglia. Lì dove ho fatto il raccattapalle da bambino. Che storia, eh?».

RI-PARTENZA DEL BASSO – Rialzarsi dopo essere stati scartati dalla squadra dei propri sogni, però, non è stato facile: «Giacomo Galli, l’allenatore, ha sempre creduto in me. Qualche anno prima giocavo all’Urbetevere e facevo l’ala, ma Marco Mei, un altro tecnico fondamentale, mi convinse a scalare terzino. Io non ero molto convinto, ma ha avuto ragione lui. Al Vescovio ero il più piccolo, le prime 4 partite non ho mai giocato, poi Giacomo un giorno si avvicina a me e mia madre e fa: ’Signo’, allora? È pronta a vedere suo figlio diventare un giocatore vero?’. Da professionista, intendeva. Io risposi per lei e dissi di sì, scherzando. A fine anno mi ha preso il Rieti, in Serie D, dopo una stagione da 33 partite e 3 gol. Dopo un bel campionato in D firmo con il Lecce in Serie C. Contratto di 4 anni, piazza da 15mila persone a partita, ottimo gruppo. Nonostante abbia giocato solo 3 partite la considero una tappa formativa. Mi sono ritrovato lontano da casa per la prima volta a 18 anni. In dieci mesi avrò visto i miei un paio di volte. Ero solo, ma volevo farcela. Dovevo farcela. Nel 2018 un giorno chiama il mio agente e mi chiede ‘Vuoi andare a Cesena?’. Era in Serie D, ma resta una grande piazza, tant’è che a fine anno saliamo subito in Serie C. Dopo un’altra stagione buona arriva la Cremonese».

PRIME ESPERIENZE DA GRANDE – E ora che è in Serie A (anche se l’inizio di stagione, bisogna dirlo, non è sicuramente stato come ci si aspettava), l’esterno romano potrà farsi vedere come esterno a tutta fascia: «Alvini è bravo. Ha idee forti, precise, e te le inculca nella testa. Magari da fuori può sembrare un personaggio, ma in realtà è un martello. A Cremona sto da Dio, quando abbiamo vinto il campionato c’erano migliaia di persone in piazza e abbiamo festeggiato fino a notte fonda. Un’emozione. Uno da tenere d’occhio è Dessers. Ha grandi colpi, deve solo sbloccarsi. La Nazionale? Piedi per terra e stop. Non ci penso. È il sogno di chiunque, ma ho giocato solo 6 partite in A. Contro la Lazio è stata la partita più emozionante della mia vita. Rosico ancora per il risultato eh, mandar giù 4 schiaffi è dura, ma se parliamo di emozioni allora sì, non riesco a spiegarti cosa ha provato. Quando ho visto i tifosi della biancocelesti sugli spalti ho detto ‘cavolo, ma allora è tutto vero’. In fondo ero uno di loro. A 16 anni giocavo in Eccellenza per divertirmi, le partite in casa erano alle 11 di mattina, e a fine gara mangiavo un panino al volo e poi filavo all’Olimpico con gli amici di sempre. Ero sugli spalti il 26 maggio, quando la Lazio ha vinto la Coppa Italia contro la Roma, e il 6 gennaio 2005, il giorno del gol di Di Canio sotto la Sud. La mia famiglia è laziale, così come il papà della mia fidanzata».

Nicolò Casali

Redattore

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