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Cremonese, Alvini agli sponsor: «Allenare è come gestire un’azienda»
Cremonese, Alvini agli sponsor: «Allenare è come gestire un’azienda»

Allo Zini incontro tra gli sponsor della Cremonese e mistere Alvini, ragionando sulle similitudini tra allenare e governare un’azienda

Nel pomeriggio di martedì 6 dicembre, presso una delle nuovissime sale conferenze dello stadio Zini è andato in scena un interessante l’allenatore della Cremonese Massimiliano Alvini e gli sponsor della società grigiorossa. Tema principale la similitudine tra l’allenare in Serie A e gestire un’impresa: curiosamente, prima di diventare un allenatore professionista Alvini si occupava dell’azienda di famiglia insieme al fratello e lavorava come rappresentante nel settore della pelletteria.

TAVOLA ROTONDA – In un incalzante botta e risposta tra Paolo Loda (responsabile dell’ufficio della comunicazione della Cremonese) e mister Alvini sono stati affrontati moltissimi temi che hanno evidenziato come, in un’azienda o in una squadra di calcio, quello che conta è saper ascoltare i propri giocatori/dipendenti e creare la giusta empatia, in modo tale da tirare fuori da ognuno il massimo delle potenzialità.


Ecco le dichiarazioni di mister Alvini:

Se da questa prospettiva odierna volgi uno sguardo al passato, magari agli anni ‘90 quando non eri ancora allenatore, quale tratto di quell’epoca porti ancora con te?

«Oggi ho innanzitutto accettato con molto piacere questo invito. Il tratto che mi porto ancora con me è indubbiamente quello della passione. Questa componente è sempre dentro di me da quando lavoravo come rappresentante per suole di calzature. Mio padre era infatti stilista di scarpe e nel ‘91 ho inizio quella professione, dopo aver studiato in un istituto tecnico per geometri. Il mio compito iniziale era quello di vendere le suole, alle aziende, ma poi con l’esperienza ho iniziato a crearle e venderle direttamente. Sia in questo lavoro che in quello invece attuale, c’è sempre stata dentro di me una grandissima passione. Voglio essere sincero però, il calcio è sempre stata la mia vita. In azienda lavoravo con mio fratello e capitava che delegassi a lui i miei compiti per poter andare a vedere liberamente gli allenamenti del Siena, dell’Empoli e della Fiorentina»

Hai parlato di passione, come è pero che si riesce a trasmetterla a un gruppo di atleti?

«Partiamo dal presupposto che il mondo professionistico e dilettantistico sono diversissimi. Detto questo, è sempre molto importante avere la voglia di essere squadra in qualsiasi momento. Il vero filo conduttore è la gestione dello spogliatoio, che non è poi cosi diversa dalla gestione di un personale d’azienda. Oggi mi occupo di 31 giocatori, piu lo staff, e la gestione in tal senso diventa fondamentale. Prima, nel mondo dilettantistico, era diverso, perché avevi a ch fare con ragazzi che venivano ad allenarsi dopo il lavoro e quindi la conduzione del gruppo era inevitabilmente diversa»

L’elemento organizzazione quindi, sia in spogliatoio che in azienda, diventa fondamentale. 

«Si assolutamente, ma alla base di tutto c’è l’organizzazione di una società. Io ho la fortuna di lavorare in una grandissima società, molto organizzata e questo aiuta sicuramente tantissimo. L’azienda principale è quindi la base di tutto. Bisogna poi essere in grado di gestire ognuno la propria parte e nella mia in particolare, capire bene le dinamiche interne di un gruppo squadra, che poi alla fine non sono così diverse da quelle di un team in azienda. L’organizzazione sta alla base di tante cose»

I team vanno scelti però, come ti organizzi per di solito per selezionarli? È in che modo contano la motivazione e le qualità personali?

«Partiamo col dire che il calciatore professionista non ha bisogno di essere motivato, in quanto lo deve essere da solo perché è il suo lavoro. Per quanto riguarda invece la scelta dello staff, c’è bisogno di uno studio accurato e profondo: è necessario infatti capire l’adattabilità e le caratteristiche comportamentali di ogni individuo. Questo secondo me è importantissimo, perché viviamo insieme a stretto contatto quasi ogni giorno e saper convivere diventa perciò fondamentale. Bisogna avere una visione comune di ciò che si vuole costruire e condividere determinate scelte e obiettivi. La scelta dello staff è tipica dell’allenatore, cosi come gli imprenditori scelgono i loro collaboratori e dipendenti. Il mio secondo, per esempio, è un trentunenne, di nome Renato, laureato in storia. Ha studiato molto nella sua vita e quando e l’ho scelto, per via di sue pubblicazioni sui social, per iniziare ad intraprendere un percorso insieme a me oramai otto anni fa, era ancora giovanissimo (24 anni). Da li in poi, una volta conosciutolo di persona, abbiamo iniziato un bellissimo percorso insieme e oggi son contento di condividere con lui questa mia nuova avventura. Per concludere quindi, la scelta delle persone vicine e dello staff in generale è quindi davvero fondamentale»

Hai nominato più volte il termine fiducia. Quanto un allenatore è disposto generalmente a delegare allo staff determinati compiti e quali sono i modi e meccanismi sui quali agisce?

«È un tema molto importante questo. Nella mia vita ho visto tanti allenatori, molto diversi tra di loro e ho sempre cercato di studiarli. C’è quello “gestore”, che parla poco, mentre ci può essere invece quello che allena e partecipa più attivamente. Quello che gestisce, ovviamente, delega maggiormente alcuni compiti, allo staff, mentre quello che allena urla un pochino di più. Io oggi in allenamento, per esempio, ho perso la voce. Queste sono dinamiche importanti da capire in un rapporto con una squadra. Arrivando in Serie A ci sono tantissime cose che un allenatore deve migliorare, e la gestione è sicuramente una di esse. In una squadra giovane e magari con tante culture diverse, come la nostra, avere però un rapporto fidato con lo staff è importantissimo, anche quando i risultati non arrivano»

La Cremo è partita con un progetto e un obiettivo sfidante. Come si gestisce il momento e, nelle difficoltà, come deve intervenire il mister?

«La sfida era indubbiamente grandissima quest’anno. Dobbiamo sempre ricordarci che i giocatori ci guardano e ci ascoltano sempre e gli allenatori devono essere bravi a capirli e risollevare in qualche modo certi momenti. Quando parlo so che loro mi osservano e io devo essere bravo a guardare i loro occhi e le loro orecchie, senno si fa fatica. Così come nello spogliatoio, in un’azienda è indubbiamente importante saper ascoltare i propri dipendenti, creando la giusta empatia per lavorare al meglio, cosi che ti sappiano dare il meglio di loro stessi. Il giusto feeling genera infatti di solito grandissimo entusiasmo, che è alla base per poter lavorare bene»

Abbiamo capito quindi che l’empatia in un team è importante. Quest’anno, con calciatori che provenivano da campionati e da culture diverse, hai dovuto cambiare piano comunicativo?

«Sarò sincero, questo è il mio punto debole di questa stagione. Premesso che c’e ancora tantissimo tempo, quest’anno ho incontrato per la prima volta nella mia carriera qualche difficoltà in più nella comunicazione con tanti ragazzi stranieri appena arrivati nel nostro campionato. Cosi come per un dirigente è importante arrivare al cuore dei propri dipendenti, lo stesso lo è per un allenatore coi propri calciatori. Io personalmente, sopratutto a inizio stagione, ho avuto qualche difficoltà nell’approccio con calciatori che non parlavano bene la lingua italiana, viste le mie difficoltà con l’inglese. Lo ammetto, la mancata conoscenza di questa lingua è un mio difetto e ci sto lavorando, il mio staff per fortuna è riuscito a sopperire anche a questo. Sono sicuro però, che tanti dei nostri ragazzi oggi presenti in rosa faranno un percorso importante nelle loro carriere: l’impatto col calcio italiano è difficile, credetemi. Tornando a noi, la mia comunicazione emotiva coi giocatori, che mi ha sempre portato ad ottenere buoni risultati, non stata è ancora finora cosi efficace come lo è sempre stata e questo può essere stato un ostacolo in più, ma ci sto lavorando, affrettando anche i tempi»

Per concludere, ti chiederei alcuni insegnamenti che porti con te dal calcio dilettantistico e che oggi proponi ai tuoi ragazzi in Serie A.

«Quell’Alvini, ai tempi che furono, li era più folle, nel senso buono del termine. Era sicuramente diverso da quello professionale di adesso. A essere sincero, a livello di campo non è cambiato tantissimo rispetto ad allora, se non la qualità del giocatore che oggi ti fa fa il gesto tecnico e che prima raramente succedeva. Come valori, porterò però sempre con me la coerenza e la trasparenza che ho sempre avuto, ma oggi, in Serie A, serve ancor più professionalità»

Redazione

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